Il multitasking non è possibile: ce lo dicono neuroscienze e psicologia cognitiva. Finalmente sanioni per chi guida e parla contemporaneamente al telefonino.





Finalmente  arrivano sanzioni per quelli che guidano tenendo in mano un telefonino o un tablet. Già alla prima infrazione ci sarà il ritiro della patente. Un provvedimento più volte richiesto e sollecitato da chi fa ricerca scientifica.

Mi sono già soffermata più volte su questo tema: l’ultima al recente convegno di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze organizzato  a Cassino il primo aprile. Una sessione era appunto dedicata al tema del “multitasking” cioè a quella nostra dannosa abitudine a voler fare più cose contemporaneamente, come appunto guidare e telefonare nello stesso tempo.

Finalmente ci si è accorti  che tre su quattro incidenti  (secondo l’ intervistato di turno presso un telegiornale nazionale che mi è capitato di vedere) sono provocati da disattenzione dovuta all’uso di dispositivi elettronici utilizzati mentre si guida. Dati orientati in questo senso erano già stati rilevati in altri paesi. Sicuramente l’Italia arriva tardi anche se lo fa con un certo rigore.  Esiste, infatti, nei vari stati una legislazione abbastanza differenziata . Telefonare mentre si guida è un reato negli USA già da molto tempo e in molti paesi europei. In alcuni di essi si vieta l’uso diretto del telefonino e si

La testimonianza di una delle ltime pazienti fi Freud: un terapeuta capace di ascolto empatico ed attento






 Margarethe Walter (morta nel luglio del 2013) fu una delle ultime pazienti viennesi di Freud curata nel 1936.
Aveva 18 anni quando fu condotta presso il
numero 19 della Berggasse a Vienna dal padre, uomo severo e rigido, proprietario di una fabbrica di feltrini per munizioni da caccia. Vi era  stata


inviata dal medico di famiglia.

Così raccontava nella sua testimonianza : "Non era un ambulatorio normale! Non c'erano pazienti in sala d'attesa! Non si sentiva odore di canfora e non si vedevano infermiere vestite di bianco!".  Al centro della stanza:  un divano,  "coperto stranamente da un tappeto, con tantissime frange". Ad un'estremità, in strana posizione, la poltrona.



Secondo il medico  di famiglia la ragazza presentava   "un malessere interiore". Perciò sarebbe stato utile rivolgersi al dott. Freud un luminare in questo campo, "molto bravo, ma ancor più costoso". Tra l’altro la ragazza presentava qualche stranezza.

 

 La ragazza viveva in una agiatezza dorata, isolata ed iperprotetta, senza rapporti umani nutrienti: la madre era morta di parto, il padre era preso dagli affari, la nonna era anziana ed apprensiva, la seconda moglie del padre egoista e distante. "Ero la ragazza più sola di Vienna!", ricordava Margarethe. L’educazione era stata molto severa, fredda e direttiva.

Sigmund Freud  aveva all’epoca  80 anni: “Un uomo vecchissimo che mi ha guardato con occhi attenti.  Era fisicamente molto fragile ma pieno di energia!",ricordava. Freud incomincia a fare domande ma è il padre che risponde senza lasciare alcuno spazio alla figlia. Allora Freud chiede al padre di allontanarsi e rimane solo con Margarethe.

A questo punto Margarethe incoraggiata da Freud per la prima volta parla liberamente di tutto ciò che l’angustia e dei suoi desideri: l'odio per la matrigna, per la scuola, per  abiti e scarpe che le vengono imposte e che lei non può scegliere, la sua solitudine. Un fiume in piena. E finalmente c’è qualcuno che l’ascolta empaticamente: "Lui ha esaudito per la prima volta il mio perenne desiderio di aprirmi a qualcuno: Sigmund Freud è stata la prima persona che abbia davvero mostrato interesse nei miei confronti, che volesse sapere qualcosa di me, l'unico che realmente è stato ad ascoltarmi". Ovviamente non ci volle molto a Freud per comprendere le origini del malessere della ragazza: un ambiente freddo e distante, un’educazione fortemente autoritaria che non lasciava a Margarethe alcuna possibilità di auto espressione e di crescita autonoma. Freud esortò Margarethe a non subire più le decisioni che riguardavano la sua vita e di chiedere ogni volta spiegazioni e motivazioni. Suggerimento che ella incominciò ad applicare trasformando la propria vita. Al di là della vulgata che ci presenta un Freud dietro il lettino distaccato e neutrale, il fondatore della psicoanalisi era un terapeuta capace di ascolto empatico e attento, in grado di mettere a proprio agio il paziente.

(Alcune informazioni  utilizzate sono state tratte da Repubblica 2006)

Gruppo d'Incontro: Tecnche di mindfulness, di autoconsapevolezza corporea, ed emotiva, esperienze guidate, visualizzazione creativa


                         Centro di “ Psicologia Umanistico-Transpersonale ed  Analisi Fenomenologico-Esistenziale”


                           PSICOTERAPIA, STUDIO, RICERCA

        

              Psicologia positiva, della salute e del benessere

 

                   

             Sabato   17  giugno     2017
                                    
                                                    Ore 15-19
 
                                    GRUPPO d’INCONTRO
  “Ogni giorno, di ogni anno è possibile iniziare una vita vissuta diversamente”
                                           Workshop 
 
Tecniche di Mindfullness, di autoconsapevolezza corporea ed emotiva,rilassamento, esperienze guidate.
Il Gruppo d’Incontro aiuta a
-conoscere se stessi
-sviluppare parti di sé rimaste inespresse
-scoprire il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e a sviluppare la nostra capacità di creare rapporti interpersonali
-sperimentare nuove modalità di comportamento
-sciogliere nodi e situazioni problematiche della nostra esistenza
Infine: la consapevolezza corporea, la mindfulness, come evidenzia molta ricerca in neuroscienze, abbassano  i livelli di stress e di ansia
 
Il Gruppo d’Incontro è una occasione di cambiamento e crescita personale Per informazioni e per la prenotazione (obbligatoria) telefonare al “Centro di Psicologia Umanistica” viaMolise,4-Cassino tel/fax:0776/25993(ore 16-18, lunedì, martedì); cell338
 

AI PARTECIPANTI VERRA’ RILASCIATO UN ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE

*M.Felice Pacitto, psicologae psicoterapeuta, è stata allieva e collaboratrice di Rollo May e Ronald             
Laing. E’ stata tra i primi a sviluppare, in Italia, il metodo dei Gruppi d’Incontro, di cui ha dato una formulazione teorica e metodologica nel testo “Dal Sentire all’Essere”, Ed. Magi

"L'uomo che provò a capire mente e cervello.Freud tra biologia, ermeneutica e neuroscienze", di maria Felice Pacitto, Guida Editore



                                                                     
                                                                  
                                                                      Scheda libro
Freud aveva iniziato come neuropsicologo ma fu costretto, quasi, a diventare “psicologo” perché le conoscenze dell’epoca nell’ambito della neurofisiologia erano molto limitate e non gli consentivano di spiegare la complessità dei fenomeni psichici che la pratica terapeutica gli presentava. Imboccò, dunque, un’altra strada inventando una nuova scienza, ma non rinunciò mai all’istanza biologica. L’autrice, pertanto, sviluppa la sua trattazione intorno all’idea che l’unico vero problema di Freud fu quello del rapporto mente-corpo (oggi body-mind), che lo portò ad anticipare di un secolo prospettive di ricerca che solo oggi le neuroscienze sono in grado di sviluppare grazie all’invenzione di nuove tecniche non invasive di indagine del cervello. L’autrice sottolinea, dandone ragione e cogliendone l’origine, entrambe le componenti, quella ermeneutica e quella biologistica, che coesistono dall’inizio fino alla fine nello sviluppo dell’opera freudiana, prospettive che vanno parimenti accolte se si vuole accedere ad una più piena comprensione della stessa. La trattazione, libera l’opera freudiana dai molti stereotipi che ne hanno accompagnato la volgarizzazione, analizza le profonde trasformazioni che la psicoanalisi freudiana ha operato  nel mondo della cultura “alta”( filosofia, letteratura, arte, cinema,sociologia, politica) fino ad invadere la nostra stessa quotidianità cambiando il comportamento e il modo di pensare comuni: “Anche chi non lo ha mai letto e non ne conosce l’esistenza è influenzato da Freud” e ne usa il linguaggio. Il libro affronta anche il problema della scientificità della teoria, della sua attualità e validità come strumento terapeutico. Il tutto alla luce del confronto con le ricerche attuali. Certo, molti costrutti clinici freudiani sono superati, ma non la teoria psicanalitica nei suoi ultimi sviluppi: la psicanalisi di oggi non è più quella di Freud, e ciò era nei desideri dello stesso suo fondatore, il quale voleva che la sua teoria fosse uno strumento duttile e in costante evoluzione.
Freud, dunque, rimane un punto di non ritorno e  continua ad intrigarci.  Nessuna teoria nell’ ambito delle neuroscienze o della genetica potrà mai soppiantare la teoria psicoanalitica, per il semplice fatto che il suo compito è quello di aiutarci non solo a trovare il nostro equilibrio psichico ma, anche, ad individuare il senso di noi e della nostra vita.
 Particolarmente attuale la parte che l’autrice dedica al rapporto tra psicoanalisi freudiana e neuroscienze. Freud sviluppò alcune felici intuizioni sul funzionamento della mente sviluppate dall’attuale ricerca in neuroscienze ( si veda il confronto tra la teoria della coscienza di Freud e le attuali teorie della coscienza) e rispetto ad alcuni temi fu più naturalista degli stessi attuali neuroscienziati (si veda il tema del libero arbitrio). E le stesse neuroscienze, che pure convalidano alcuni assunti freudiani mentre ne respingono altri, confermano l’efficacia della psicoterapia (si veda il cap. “La neuroplasticità: la psicoanalisi il più raffinato strumento di rimodellamento della mente e riformattazione cerebrale”)
Costante è, nella trattazione, il riferimento allo sfondo storico-culturale in cui sia la vita che l’opera di Freud  si svilupparono. Freud  emerge nella sua singolarità di scienziato geniale che seppe coagulare  temi e suggestioni dell’epoca in un sistema, una delle ultime grandi creazioni del secolo.
Un sistema  non privo di contraddizioni di cui Freud stesso era consapevole, un sistema in cui la prospettiva naturalistica convive accanto a quella speculativa,in cui il rigido determinismo si affianca alla fede nel potere della conoscenza e della ragione. Ne viene fuori un Freud caratterizzato da una passionalità concettuale  che lo porta ad assumere posizioni audaci e che non si ferma dinanzi a nessuna difficoltà per l’amore della verità. Un Freud che, contrariamente alle facili volgarizzazioni (la svalutazione della religione, la legittimazione di ogni comportamento, il pansessualismo) sottolinea il ruolo dei valori e la ricerca della  verità come unico criterio della indagine scientifica. Ma viene fuori anche un Freud, diventato psicoterapeuta quasi per caso e non  troppo fiducioso nel potere di guarigione della psicoterapia, diverso dallo stereotipo dell’analista distaccato, neutrale e asettico che ci è stato tramandato; un Freud  empatico, partecipe, fortemente interessato ai suoi pazienti, in linea con quelle caratteristiche che devono connotare la pratica di ogni buon terapeuta, quali appunto l’empatia e l’accettazione incondizionata.
La trattazione fa trasparire, quasi in filigrana, l’uomo Freud, attraversato da una sofferenza di fondo (fu colpito da gravi lutti e da una grave malattia)e dal pessimismo nei confronti della natura umana che non fiaccarono l’entusiasmo e l’amore per il sapere né il  senso dell’humour che lo accompagnò fino alla fine.

E’ un libro di facile ed immediata lettura per chi voglia essere informato sullo stato dell’arte della teoria psicoanalitica(la sua attualità,le sue connessioni con la ricerca neuroscientifica contemporanea, ecc..)  e voglia conoscere Sigmund Freud. E’ utile in particolar modo per gli studenti del settore (scienze psicologiche, cognitive, ecc..) ma si offre anche, come altri miei lavori, ad un più vasto pubblico di lettori comuni appassionati alla psicoanalisi.





La Shoah e gli immigrati

La giornata della commemorazione  delle vittime della Shoah, mai come quest’anno ha visto il proliferare di iniziative, eventi, conferenze, films, programmi televisivi, offerta di libri sull’argomento. 

Miglia di pagine sono  scritte nel tentativo di spiegare quell’odio pazzo, apparentemente senza ragione, che portò allo sterminio di milioni di Ebrei. Un odio che neanche Sigmund Freud, così appare  dalle conversazioni con Stefen Zweigg, riusciva  a spiegare pienamente. Ma non si trattò solo di un emotivismo cieco che portò a distruggere negozi, a picchiare e ad umiliare gi Ebrei pubblicamente, a calpestare i loro libri sacri, a distruggere le sinagoghe, ad escluderli dalla vita sociale ed economica. Un emotivismo spiegabile, in parte, alla luce di quelle osservazioni che il padre della psicoanalisi aveva fatto, per quell’intuito preveggente che solo i geni possiedono, in Psicologia di massa e analisi dell’IO, sul totalitarismo e sui fenomeni di massa vent’anni prima che essi si producessero. E, successivamente, Wilhelm Reich, in Psicologia di massa del fascismo, testo purtroppo dimenticato, sottolineava come il regime fascista avesse fortemente plasmato le personalità e le coscienze, come la repressione ed il controllo esercitato dai regimi totalitari  facesse aumentare  a dismisura l’aggressività delle persone, aggressività  che trovava, poi, vie di scarica su quelli che erano ritenuti “estranei” e nemici, appunto gli Ebrei. Ma non si trattò solo di emotivismo cieco. Ci furono “ragioni” e queste erano il fattore ideologico e la propaganda del regime che facevano percepire gli Ebrei come estranei e minacciosi. I criminali nazisti sapevano quello che facevano: talora ne provavano disagio ma si sentivano autorizzati a farlo perché gli Ebrei erano diventati non solo estranei ma “non umani”. Il processo di deumanizzazione esercitato da Hitler sistematicamente, che attingeva al peggio della tradizione antisemitica occidentale,  ( gli Ebrei erano definiti bisce, serpenti, pidocchi, polipi…) consentiva alla coscienza dei tedeschi (militari e cittadini

all'uomo geniale si può perdonare tutto?Questa una delle domande che suscita la visione del film "Surviving Picasso"


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Esiste sempre per l’artista una stretta connessione tra vita ed arte in un rapporto di reciproca influenza in cui sarebbe difficile individuare e separare l’una dall’altra. Le vicende biografiche determinano la produzione dell’artista e questa contiene e struttura la vita dell’artista. Il tema del rapporto tra vita ed arte fu affrontato da Sigmund Freud, che può essere considerato l’iniziatore del genere “psicobiografia”e che l’inaugurò con lo studio su Leonardo da Vinci. Ma già il fondatore della psicoanalisi  decretò che la psicoanalisi nulla può dirci in definitiva sulla genesi dell’opera dell’arte, ma, magari, può solo aiutarci a comprendere meglio la personalità dell’artista e il senso della sua opera. Nel caso di Picasso l’opera, l’arte è assolutamente debordante sulla e nella vita. Forse perché fu precocemente “genio”. Si dice che il padre,  modesto pittore insegnante di disegno, vedendo le capacità del figlio, ancora fanciullo, abbandonasse i pennelli. L’artista che avrebbe indotto una torsione radicale (insieme a Braque fu l’iniziatore del cubismo) nella pittura nocecentesca, ebbe una vita tumultuosa ed eccitante, apprezzabile per alcuni versi (si veda l’impegno politico) ma molto discutibile per altri. Terribile fu il suo rapporto con il femminile. Dotato di grande fascino ammaliatore fece “strage” di donne, le quali si lasciarono dominare dall’uomo potente e geniale, rinunciando a se stesse e, in alcuni casi, fino all’autodistruzione. Alcuni tratti della sua personalità, al confine con la psicopatologia, ci sconvolgono e ci fanno porre la domanda: “Il comportamento dell’artista va valutato e giudicato diversamente da quello del comune mortale?”, “ALL’uomo di genio si può perdonare tutto?”, “Che cosa spinge donne intelligenti a subire la prevaricazione del maschio”. Picasso come molti artisti era una personalità narcisista ma distruttivo nei confronti degli altri: era avarissimo e trattava i suoi dipendenti come schiavi.
 C'è da chiedersi che cosa sia  accaduto nella sua infanzia per determinare lo sviluppo della personalità disturbata di Picasso.  Egli fu subito riconosciuto come un genio precoce: il padre gli affidava il compito di rifinire i dettagli dei suoi quadri; a quattordici anni dipinse il quadro famoso "la scienza e la carità", opera complessa e piena di significati e simboli molto al di sopra della sensibilità di un adolescente. Probabilmente fu proprio questa sua genialità precoce, sostenuta dal padre e dalla madre, che risultò essere, per lui, un peso insostenibile e che lo privò di quelle esperienze emotive ed affettive fondamentali che strutturano un Sé sano ed equilibrato. 
  Difficile dare una spiegazione esaustiva dei complessi meccanismi profondi che legano un uomo ed una donna in un rapporto spesso distruttivo per lei. Picasso uomo, la sua arte, il suo rapporto con il femminile saranno i temi affrontati  dal film “Surviving Picasso”. Questo coglie una fase della vita di Picasso, in  particolare il rapporto con Francoise Gilot, l’unica donna che seppe sottrarsi alla sua malìa, dopo una lunga convivenza, e che lo abbandonò lasciandolo nella disperazione.